Iacampo – (2015)
Quando “Pittore elementare” prende possesso dall’attenzione dell’ascolto la prima suggestione, immediata tanto quanto il piacere estetico che il brano provoca, è di trovarsi al cospetto di un cantautore piuttosto classico, italiano fino all’osso ma comodamente sdraiato al sole dei Caraibi.
Marco Iacampo si presenta così al suo sesto lavoro sulla lunga distanza tra album licenziati con firma da anagrafica e quelli proposti sotto il monicker GoodMorningBoy. E già con il primo brano mette parecchia carne al fuoco- quello di un falò in riva al mare, ovviamente- ma fa anche sorgere più di qualche dubbio in seno alla direzione che il full length vuole prendere. Del resto le seguenti “Palafitta”, “Ogni giorno ad ogni ora” e “Santa Clara” non fanno altro che aumentare il livello di gusto per le soffici strutture tematiche, molto mediterranee nei modi ma anche in qualche modo esotiche nelle intenzioni- o viceversa, se preferite- ma al contempo alzare anche il livello di perplessità per un canovaccio che fa parecchio riferimento ad un cantautorato alla Concato e che porta in dote scorci di vita intensi ma non sempre del tutto lucidi, quasi come un quadro volutamente nascosto sotto una coltre pixelata.
La forza espressiva del primo poker di brani è però data soprattutto dalla sensazione che non si tratti di quattro canzoni distinte quanto piuttosto di un’unica soluzione musicale divisa in 4 stanze. Che, come soluzione scenografica, se effettivamente voluta, è tutt’altro che una scelta scontata e tutto sommato porta notevole fascino al contesto.Poi cambia tutto: “Nuovissimo bestiario veneto” d’un tratto ci ricorda che Fabrizio De Andrè ha lasciato un’eredità importante ma scomoda, l’intermezzo strumentale “Pescatore perfetto” torna delicato dondolio al ritmo del bagnasciuga, la coppia “Come una roccia”-”Come una goccia” esalta il gusto puramente cantautorale che il musicista veneto riesce a donare ai suoi brani e, infine, “Due due due” torna a suggestioni deandreiane, chiudendo una parte centrale del disco che ricalca in maniera abbastanza precisa le sensazioni della manciata di canzoni site ad inizio disco.
Il finale di album è composto da un trittico che prova ad aggiungere dei frammenti di gusto all’ascolto: la croccantezza delle percussioni in “L’effetto che fa”, l’ariosità leggera e profumata di “Biancavela”, l’affumicato sul lungomare della title track. Sono dettagli, di certo non evidenti cambi di paradigma; però sono dettagli importanti, di quelli che modificano in qualche modo la percezione della componente estetica delle canzoni, permettendo al gusto di avere sempre la meglio sulla noia.
Arrivati a fine album c’è di che riflettere. In fondo Iacampo non sembra trovare- e neanche cercare, va detto- soluzioni del tutto personali quanto piuttosto limitarsi a percorrere tragitti prestabiliti, preferendo trovare il giusto sfondo per dei testi introspettivi, spesso raffinati, piuttosto che lasciarsi portare lontano da un sentiero conosciuto. Scelta in qualche modo tattica ma non del tutto spiacevole. Quello che invece un po’ manca nel disco è qualcosa che trasformi il torpore anestetico degli accompagnamenti in un’alternativa più densa e verace, senza però andare a pescare nelle nasse altrui.Si tratta di scelte, mica di regole. Sono però quelle scelte che possono valere da salto di qualità per un album. Quel salto che a “Flores” proprio non va di fare.
Voto:6,5
Nessun commento:
Posta un commento